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25.03.09_-amnesty.jpgCina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti sono stati i paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali registrate nel 2008 e nell'insieme hanno eseguito il 93% delle 2390 condanne a morte avvenute nel mondo

Lo si apprende dal rapporto "Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008" diffuso ieri da Amnesty International che sottolinea come la Cina con oltre 1718 esecuzioni - quasi 5 al giorno - da sola ha messo a morte più persone che il resto del mondo considerato nel suo complesso.

 

 

Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen sono i principali paesi in cui sono state emesse condanne a morte al termine di processi iniqui, mentre Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti d'America e Sudan fanno un "uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose" con il costante rischio che vengano messi a morte innocenti, come dimostrato dal rilascio di quattro prigionieri dai bracci della morte statunitensi. "Un numero preoccupante di esecuzioni è avvenuto a seguito di procedimenti basati su confessioni estorte con la tortura, in violazione delle leggi internazionali" - evidenzia Amnesty. "Le autorità dell'Iran continuano a mettere a morte prigionieri che avevano meno di 18 anni al momento del reato, otto nel 2008, in palese violazione del diritto internazionale".

Nonostante l'incremento del numero di esecuzioni registrate nell'ultimo anno rispetto al 2007 - in gran parte dovuto ad una miglior raccolta di informazioni e una maggior trasparenza da parte di alcuni stati - Amnesty evidenzia l'importanza dell'approvazione da parte dell'Assemblea generale dell'Onu della risoluzione che per il secondo anno consecutivo chiede una moratoria sulle esecuzioni. Secondo l'organizzazione non governativa, il voto di dicembre a New York rivela il "crescente rafforzamento di un accordo a livello internazionale sull'inconciliabità della pena di morte con il rispetto dei diritti umani". A sostegno di questa tesi, Amnesty porta un dato ulteriore: dei 59 paesi che prevedono la pena di morte nel loro ordinamento giuridico, solo 25 hanno eseguito sentenze capitali lo scorso anno.

"Gli sviluppi conseguiti alle Nazioni Unite hanno rappresentato un incoraggiamento per chi è impegnato nel mondo a vietare l'uso della pena di morte e hanno spinto a compiere piccoli ma significativi passi a livello regionale" - sottolinea il comunicato di Amnesty. "In particolare, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha richiamato gli Stati africani che mantengono la pena di morte ad osservare una moratoria sulle esecuzioni nella regione in vista dell'abolizione. Tuttavia - ammonisce l'associazione - "nonostante questa tendenza positiva, centinaia e centinaia di condanne a morte continuano a essere emesse in tutto il mondo". E in alcuni stati l'uso della pena di morte rimane avvolto nel mistero. "In Cina, Bielorussia, Mongolia e Corea del Nord, le condanne sono eseguite in assoluta segretezza e senza trasparenza" - denuncia Amnesty.

Per quanto riguarda le diverse regioni del mondo, il maggior numero di esecuzioni nel 2008 è stato riscontrato in Asia, dove 11 paesi continuano a ricorrere alla pena di morte: Afghanistan, Bangladesh, Cina, Corea del Nord, Giappone, Indonesia, Malaysia, Mongolia, Pakistan, Singapore e Vietnam. Solo in Cina hanno avuto luogo quasi tre quarti delle esecuzioni su scala mondiale, 1718 su 2390, dati che si teme potrebbero essere più elevati poiché le informazioni sulle condanne a morte e le esecuzioni restano un segreto di stato. Molti prigionieri subiscono condizioni di detenzione particolarmente dure e sono sottoposti a forte stress psicologico e in Giappone l'ordine d'impiccagione viene notificato ai prigionieri solo la mattina stessa dell'esecuzione, mentre i familiari vengono informati dopo che questa ha avuto luogo.

Il secondo maggior numero di esecuzioni, 508, è stato registrato nella regione Africa del Nord - Medio Oriente. In Iran sono state messe a morte almeno 346 persone, tra cui otto minorenni al momento del reato, con metodi che comprendono l'impiccagione e la lapidazione. In Arabia Saudita, le esecuzioni sono state almeno 102, solitamente tramite decapitazione pubblica seguita, in alcuni casi, dalla crocifissione.

Nel continente americano solo gli Stati Uniti hanno continuato a ricorrere con regolarità alla pena di morte, con 37 esecuzioni portate a termine lo scorso anno, la maggior parte delle quali in Texas. Il rilascio di quattro uomini dai bracci della morte ha fatto salire a oltre 120 il numero dei condannati alla pena capitale tornati in libertà dal 1975 perché riconosciuti innocenti. L'unico altro stato in cui sono state eseguite condanne a morte è stato Saint Christopher e Nevis, il primo dell'area caraibica ad aver ripreso le esecuzioni dal 2003.

L'Europa sarebbe una "zona libera dalla pena di morte" se non fosse per la Bielorussia, dove l'uso della pena di morte è avvolto dalla segretezza. Le condanne vengono eseguite con un colpo di pistola alla nuca e non vengono fornite informazioni sulla data dell'esecuzione né sul luogo di sepoltura. Le esecuzioni nell'ex repubblica sovietica sono state quattro. In occasione della pubblicazione del rapporto, Amnesty ha promossso un'azione on line per fermare le esecuzioni in Bielorussia.

Nell'Africa sub-sahariana, secondo dati ufficiali, sono state eseguite solo due esecuzioni ma le condanne a morte sono state almeno 362. Quest'area ha registrato un passo indietro, con la reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.

Giorgio Beretta

Tratto da www.unimondo.org

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