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Sangue e violenze nascondono il traffico di materiale per l´atomica

L´allarme in un rapporto segreto dell´Aiea: "È un business molto pericoloso"
L´instabilità della regione ha favorito la nascita di un´economia illegale e parallela

DANIELE MASTROGIACOMO
dal nostro inviato
SHINKOLOBWE (congo) - Le squadre si alternano nel lavoro. Entrano e escono dai buchi scavati nelle colline armati di pale, picconi e martelli pneumatici. Alcuni spingono i carrelli pieni di materiale. Altri sono addetti al carico: svuotano i vagoncini e riempiono i sacchi di yuta. Intorno, armati di fucili, vigilano gli addetti alla sicurezza.

Contractor, vecchi mercenari, giramondo e avventurieri. Si conoscono tutti, ma si chiamano solo per soprannome. La vera identità, da queste parti, è scomparsa nel tempo. Meglio non sapere. Parlare poco e ascoltare molto. Il lavoro duro, quello pericoloso, che ti tiene in vita pochi anni, lo fanno gli altri. Infilati nel tunnel che avanza tra le viscere delle montagne, a cento metri di profondità. Minatori. Molti sono africani. Il resto, la maggioranza, sono libanesi, cinesi, indiani, sudafricani, coreani. Clandestini. Dodici ore a scavare sotto terra, con il viso segnato dalla pressione e ridotto ad una maschera di polvere. Colpiscono le mani: gialle, coperte da uno strato che sembra zolfo. E´ il grande business. Quello che decide vita e morte di decine di migliaia di persone. Che impone le guerre e stabilisce la pace. Che ci consente di telefonare con un cellulare, di scrivere su un pc, di navigare su banda larga, di ascoltare musica da un impianto stereo. Ma qui, nel sud del Congo, nella regione del Katanga, a due passi da una cittadina che si chiama Shinkolobwe, in una zona arida e sassosa, non si estrae zolfo. Si raccoglie cobalto, heterogenite copper e uranite. Pietre che pesano fino a un chilo, venate di nero e di azzurro. Basta un colpo e si spaccano. Dentro c´è il cuore. Il più richiesto. Giallo come il più noto yellow cacke. Uranio. Da trasferire in altri paesi, lungo rotte clandestine, per non lasciare tracce e rifornire i clienti sempre più numerosi. Multinazionali che hanno bisogno di discrezione, che non vogliono apparire, ma che cercano disperatamente il piccolo gioiello giallo. Per le bombe atomiche.
La storia della miniera di Shikolobwe è il simbolo di una guerra che si trascina da vent´anni. Oggi, a Goma e nel nord del Kivu, assistiamo solo all´ultimo atto. Ma è dagli inizi del secolo scorso che i vecchi imperi coloniali, Belgio in testa, hanno acceso la miccia. Dietro lo scontro etnico tra Tutsi e Hutu, ci sono interessi più vasti. C´è un sottosuolo, grande dieci volte l´Italia, tra i più ricchi al mondo. Ma quello che ha scoperto l´Aiea, l´agenzia internazionale per l´atomica, è un traffico clandestino di uranio che nessuno è in grado di controllare. Avviata dalla Union minière de l´Haut Katanga, società a capitale belga, la miniera di Shinkolobwe resta in attività fino a quattro anni fa. Il 28 gennaio del 2004, dopo un crollo parziale che aveva ucciso 8 operai e ferito una ventina, viene chiusa. L´Agenzia di Vienna spedisce sul posto degli ispettori. L´attività è sospesa. Gli ispettori rientrano alla base soddisfatti.
Un anno fa arrivano nuove segnalazioni che fanno scattare un altro allarme. Più grave. A cento chilometri dalla vecchia miniera, sostengono le fonti dell´Aiea, ne sono sorte a decine. Tutte lungo l´asse che copre le regioni di Lubumbashi, Kolwezi e Likasi. Sono clandestine, il governo centrale della Repubblica democratica del Congo dice di non saperne niente. Solo l´ex ministro per le Miniere, Eugène Diomindongala, già autore di una denuncia, rincara la dose. «Il nostro governo», dichiara, «non è in grado da solo di fermare il traffico criminale legato all´uranio. Abbiamo chiesto aiuto alla comunità internazionale, ma non c´è stata risposta. Queste materie possono contenere sostanze radioattive. Sono pericolose». In un rapporto segreto, di cui siamo venuti in possesso, l´Aiea conferma l´allarme. «Il livello di concentrazione di uranio nel materiale estratto», spiega il documento, «è talmente basso da considerarsi quasi impuro. Almeno per quello che riguarda le componenti di Cu o di Co. Ma se si considera l´U308 (l´isotopo con cui, una volta arricchito, si fabbrica la bomba atomica) la concentrazione è molto alta. Raggiunge il 10 per cento». Le conclusioni sono eloquenti nel loro linguaggio calibrato: «La quantità di uranio che si può ricavare dai prodotti estratti nelle nuove miniere è significativa. Merita la massima attenzione».
Le miniere sono illegali. Nessuno le controlla. La loro presenza è nota a tutti. A 80 chilometri di distanza sorge una città di 10mila abitanti. Ma pochissimi sono assoldati dalle società che hanno avviato gli scavi. Ci lavorano immigrati irregolari, gente raccolta nei paesi di origine e spedita direttamente sul posto. Le pietre grezze sono portate all´esterno e chiuse dentro sacchi che pesano tra i 10 e i 20 chili. I sacchi sono caricati su camion che, seguendo strade secondarie e in mezzo alla giungla, li trasferiscono fino in Zambia e, via treno, in Sudafrica. Ma i controlli alle frontiere sono diventati più rigidi. Bisogna pagare sempre di più. Soprattutto quando si tratta di uranio da contrabbandare.
Il business fa gola a molti. A Goma e nel Nord-Kivu si spara e si scappa. Trecento chilometri più a sud, nel Katanga, si continua a bucare le colline. Per sfornare uranio, da spedire lungo nuovi percorsi. Da quattro mesi, ci raccontano a Shinkolobwe, sono entrati in azione i vecchi Antonov dismessi dall´aviazione russa. «Aerei ed equipaggi formati da veterani dell´Armata rossa reduci dalla guerra in Afghanistan», conferma il rapporto dell´Aiea. Ogni giorno, da una pista in terra rossa, prendono in volo con il loro carico di morte e svaniscono nel nulla.
LA REPUBBLICA EDIZIONE NAZIONALE  16 NOVEMBRE 2008

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