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Giovanni Bongiovanni

FUNIMA International, cambiare il mondo con l'amore e l'azione
Intervista di Jean Georges Almendras
Giovanni Bongiovanni, l'attivista sociale che rivoluziona l'umanità

Quando il legame tra gli esseri umani che convivono sullo stesso pianeta è amorevole, trasparente, onesto e altruistico, inevitabilmente, si costruiscono vite e si intrecciano speranze. Speranze che sono un tesoro dove abbondano le privazioni e le difficoltà. Dove la solitudine e l’abbandono causati dall'uomo, sopprimono i diritti e mettono in evidenza le disuguaglianze. Disuguaglianze che rendono il mondo moderno un mondo divoratore di esseri umani. Divoratore di popoli e comunità umane, presenti soprattutto in terre latinoamericane. Terre sudamericane saccheggiate da uomini di potere asserviti agli interessi economici, nel passato e nel presente. Terre latinoamericane dove un gruppo di esseri umani di buon cuore, e con una forza incredibile, si sono impegnati, prima con sé stessi e dopo verso il prossimo, a costruire opportunità di vita, a bandire con le azioni e non a parole, alcune delle vergognose conseguenze del mondo moderno, come la povertà e l'emarginazione. Terre latinoamericane dove un gruppo di uomini e donne, che sono l'anima di un'organizzazione internazionale nata in Italia, denominata FUNIMA International, dal 2005 svolge un’azione sociale umanitaria nel proprio paese e al di là dell'Atlantico, dove si soffrono le conseguenze di un sistema moderno oppressore. FUNIMA International è composta da uomini e donne assetati di giustizia, che rivoluzionano la società con fatti e non parole. Fatti concreti che danno forma ad un attivismo sociale senza precedenti, che affronta la società e denuncia le innumerevoli disuguaglianze sociali che minano l'umanità, disumanizzandola. Capitanati da Giovanni Bongiovanni, gli uomini e le donne di FUNIMA International vivono giorno per giorno lontani dalla comodità della loro casa in Italia, per stabilirsi (spesso per lunghi periodi), nelle viscere stesse delle terre dove "sopravvive" chi non ha niente né nessuno. Uomini e donne con la missione di costruire vite e di tessere speranze, come dicevamo prima. Vite dimenticate da governanti e da politici. Vite di bambini, adolescenti, giovani, genitori, madri, nonni e nonne. Vite di esseri umani.
"Funima è un'organizzazione internazionale che svolge opere sociali, umanitarie e progetti sociali che offrono servizi in alcuni luoghi dove non ci sono e che molte volte dovrebbe realizzare il governo. È nata nel 2005 e cominciò a lavorare inizialmente in Argentina, poiché nel nostro paese, Italia, all’epoca non c’era una situazione sociale come quella di oggi; nonostante sia uno dei paesi ricchi dell'Europa in questo momento la povertà è aumentata molto”.
Così ci parla Giovanni Bongiovanni, aprendo un incontro che ci conduce attraverso i confini della comprensione umana tradotta in azioni dirette e specifiche. Il nostro interlocutore è un giovane uomo che porta avanti la sua missione con la sua piccola figlia Amyra, sua moglie Barbara ed un gruppo di volontari e volontarie portatori di un'umanità che scaturisce dalla loro anima e non dalle convenzioni.
Gli occhi di Giovanni Bongiovanni, dietro gli occhiali, esprimono le bontà del suo essere interiore, così come la fermezza delle sue idee. Uno sguardo che parla con amore, disciplina, personalità. Uno sguardo che racchiude una ricca esperienza di vita: una vita di profonda spiritualità e una vita di coscienza rivoluzionaria. Coscienza rivoluzionaria che lo trasforma in un attivista delle idee che si oppongono al capitalismo, all'autoritarismo e al dispotismo, avvicinandolo alle idee e alle azioni dei sacerdoti terzomondisti degli anni settanta, e dei nostri giorni, pur non essendo un religioso. Coscienza rivoluzionaria che ci ricorda Ernesto "Che" Guevara, che ci ricorda Vittorio Arrigoni. Coscienza rivoluzionaria di un uomo libero. Di un uomo giovane, intelligente, armonioso, tranquillo ma allo stesso tempo duro con le intransigenze, le arroganze, le ingiustizie e le meschinità di chi osa intaccare o insidiare chi fa volontariato gomito a gomito con lui, condividendo poche ore di sonno, giorni e giorni di viaggio (a volte in condizioni estreme), ed i contrattempi che non mancano mai quando si costruiscono vite e speranze, e quando si distruggono povertà e solitudine. Quella solitudine che spezza l'anima quando si tratta di bambini e anziani.

La voce di Giovanni risuona nella stanza in cui ci troviamo, nella città di Asuncion, Paraguay. Parla in tono basso, ma le sue parole si innalzano come un grido. Un grido di denuncia che diventa un'inconfondibile protesta.
Stiamo lavorando in Sud-America, in Argentina, Paraguay, Uruguay, e Guatemala realizzando opere come pozzi di acqua; ora per esempio stiamo realizzando una struttura per la raccolta di acqua piovana. Ci stiamo impegnando molto sul tema dell'acqua perché è uno dei problemi principali che esistono dove c'è povertà. Abbiamo costruito ambulatori; ora ne stiamo costruendo anche un altro, stiamo facendo corsi di formazione in modo che la gente che è senza lavoro possa avviare qualche attività. Abbiamo alcune persone che vengono dall'Italia e ci accompagnano per aiutare come volontari in tutto quello che stiamo facendo. I fondi su cui contiamo sono donazioni che sollecitiamo a imprese, a fondazioni di filantropia, a ONG, e a volte partecipiamo anche a bandi di risorse governative o private; una volta che possiamo contare sulle risorse andiamo direttamente sul posto dove c’è necessità, analizziamo, valutiamo la fattibilità di un progetto e lo realizziamo.

Sonia De Marco, una volontaria molto vicina a lui si occupa di registrare l’intervista. Ma ciò non le impedisce di esprimere opinioni o fare delle domande. La dinamica del dialogo ci porta a tuffarci nella profondità dell'attivismo sociale che lui promuove personalmente con l'esempio.
Mi considero prima di tutto un attivista, e poi il presidente di questa organizzazione, questo viene dopo. La cosa principale per me è stata sempre l'attivismo sociale, il desiderio di giustizia, è quello che mi spinge.

E dove nasce questa sete di giustizia?
Nasce in Italia. Da bambino ho visto molta gente dell'Africa vendendo piccoli articoli, vestiti, cose semplici e piangevo se mia mamma non dava loro qualcosa, un po' di aiuto. È qualcosa che mi porto dentro, la mia fortuna credo sia stata di appartenere ad una famiglia nella quale tutti sono attivisti sociali; mio papà è il direttore di un'importante rivista in Italia che si chiama Antimafia Duemila, e ho anche una sorella minore che ha anche dentro quella voglia di lottare per la giustizia e di aiutare la gente umile. È stato sempre il desiderio di lotta che portiamo dentro a motivarci.

Quel bambino oggi è un uomo che ha le idee chiare sul senso della vita ed il senso della giustizia. E su quello che deve fare in questo momento. Un momento molto critico per l'umanità. Un'umanità afflitta dall’intolleranza. Un'umanità che si vanta del livello di civiltà raggiunto e che si volta dell’altro lato quando la povertà la schiaffeggia dietro l’angolo. Dopo lo schiaffo alcuni si risvegliano ma altri continuano a dormire, e rimangono indifferenti. Giovanni Bongiovanni ci dice che FUNIMA è tra quelli che si sono risvegliati e non torneranno più indietro, perché i volontari e lui stesso si spostano da nord a sud e da est ad ovest, perché la povertà non conosce frontiere.
Abbiamo l’Est dell'Europa dove c’è tanta povertà, ma nel sud Italia da dove veniamo, Sicilia, Napoli… hanno abitudini molto simili ai paesi dell'America Latina, come Argentina per esempio. Per questo sento le persone qui come fratelli. D'altra parte mi ha affascinato molto la storia di alcuni personaggi che hanno cambiato la mia vita, come la storia del Che Guevara. Io credo molto nella lotta, non armata, perché quello che sto facendo ora è come portare sempre una bandiera di pace. L’idea di quello che può essere una politica sociale, mi ha affascinato molto. Mi sento un rivoluzionario sociale perché stiamo lavorando a qualcosa che la gente comune non fa; creare un'organizzazione che realizza progetti di solidarietà, che spesso sacrifica la propria vita; perché nel nostro caso non possiamo dire che abbiamo le spalle coperte da uno stipendio elevato, non è così, ogni giorno è un sacrificio, quindi "siamo pazzi" nel fare qualcosa che solamente un rivoluzionario può fare.

Sicuramente i volontari di FUNIMA sono pazzi (e noi con loro), perché si dedicano appieno completamente ad un'organizzazione che non fantastica e che nella sua sola presenza si rivela l'emblema di una vera rivoluzione. Benvenuta sia la follia che permette di attuare una vera rivoluzione della coscienza. Per costruire un nuovo DNA in questo mondo marcio, in cui la povertà e la fame, in America Latina e in altre regioni del mondo, sono una costante.
Per me quello che sta succedendo adesso è che i giovani hanno quella voglia di lottare, quella capacità di prestare attenzione a quello che sta succedendo, a livello politico e sociale, più degli adulti. Io vedo che gli adulti sono più reticenti, più paurosi, vedo invece i giovani più rivoluzionari. Vedo che le nuove generazioni sono diverse, e non è vero quello che dicono i media o la gente che ai giovani non interessa niente e che non vogliono lavorare. Non è così, in realtà il giovane di oggi non si identifica con le politiche attuali, con le imprese, le multinazionali, i giovani di oggi sono più semplici, si mobilitano perché vogliono cambiare qualcosa in questo mondo.

I giovani sono stati delusi? Sono stati delusi da noi adulti? Abbiamo chiesto a Giovanni e lui ha risposto con chiarezza
Sì, perché il giovane non trova oggi dei punti di riferimento in cui identificarsi, in nessun ambito, né nella politica, e neanche nello sport. Io mi ricordo di Mohamed Alí, di gente che dava un esempio ai giovani, oggi non ci sono neanche filosofi, sono molto pochi quelli che possano essere un esempio per i giovani. Non avendo dei riferimenti oggi, si identificano in personaggi come il Che Guevara, perché oggi non c'è un politico che lotti, un partito che stia facendo una rivoluzione vera, è un problema molto grande. Con il nostro lavoro quello che possiamo fare è dare un esempio ai giovani affinché possano identificarsi in quello che facciamo, con il nostro pensiero, con la nostra lotta sociale.

I volontari di FUNIMA International hanno attraversato le frontiere. Hanno lasciato le loro famiglie, i loro figli, i loro fratelli, i loro genitori. Hanno attraversato le frontiere, consacrati a un'idea che oggi si è concretizzata, un'azione pacifica, ma rivoluzionaria per eccellenza. Così rivoluzionaria che FUNIMA in tutti questi anni ha fatto passi da giganti, e l'artefice è stato Giovanni. Il leader naturale di una missione sociale che ci parla del percorso intrapreso in Guatemala e Argentina.
Sono due paesi differenti. Il Guatemala è un paese più piccolo rispetto all'Argentina, ma mi ha colpito molto perché è un paese che sembra essere in guerra con sé stesso. Ci sono molte armi nelle strade, si rischia molto la vita. È un paese che ha molta ricchezza ma è nelle mani di poche persone e le multinazionali europee sono quelle che gestiscono praticamente tutto il lavoro. Questo si percepisce anche se ci vai come turista. Ti rendi conto che è un paese che ha paura della criminalità organizzata che c’è al suo interno. Si nota subito il servizio di sicurezza attorno alle attività commerciali con personale armato. E allo stesso tempo nelle periferie della capitale c’è molta povertà. Ci sono quartieri, ‘villas’, come a Buenos Aires, dove nelle periferie della città c'è molta povertà e ci sono molti contadini. È incredibile vedere la gente che lavora tutto il giorno per le multinazionali, come le imprese del made in Italy che hanno terre in Guatemala. Quello che più ti colpisce è che lo può vedere chiunque, non è una povertà nascosta. Anche in Argentina si vede molto, ed in questo i due paesi si assomigliano, ma l'Argentina è più grande, per esempio noi lavoriamo molto nelle Ande, e anche lì ci sono grandi problemi con l'inquinamento delle miniere. Non saprei dire quale dei due paesi è peggiore, ti colpiscono in maniera differente. Anche Argentina in un certo modo è simile all'Italia, con i suoi problemi di politica, di corruzione, a quel livello, ma è più visibile che in Italia.

2019 12Intervista
La presenza di FUNIMA in Argentina, in particolare nella regione delle Ande, è concentrata già da alcuni anni soprattutto nella provincia di Salta. E da allora il loro impegno è stato e continua ad essere intenso. La convivenza con le comunità dei popoli originari di quelle regioni montuose ha permesso di stringere dei legami molto forti. Sono specialmente i bambini a godere dell’affetto dei volontari e delle volontarie, e ci sono momenti molto commoventi alla partenza. Ciò dimostra che i frutti sono concreti almeno quanto il lavoro svolto.
In Argentina negli ultimi anni stiamo lavorando moltissimo, principalmente nel nord, nella provincia di Salta. Quello che fa Funima è lavorare in luoghi estremi. Nella zona delle Ande, a tremila o quattromila metri di altitudine ci sono realtà estreme, dove c’è freddo, caldo, siccità. Posti dove non c'è niente, dove non ci sono infrastrutture e dove manca praticamente tutto: acqua, assistenza sanitaria, lavoro; è un luogo dove la comunità originaria sembra essere divisa dal resto della popolazione argentina che è bianca e nella sua maggioranza, discendente di europei. Sembra che il governo non ami la comunità originaria, c'è un razzismo che fa sì che queste comunità non siano considerate parte del paese argentino. Inoltre stiamo lavorando nel Chaco, soprattutto in un luogo che si chiama Santa Victoria del Este. Una località sulla triplice frontiera dove ci sono anche diversi problemi ambientali, si trova vicino al fiume Pilcomayo che ogni anno esonda, e vi abitano molte comunità originarie come i wichis, chorotes, che vivono tra la loro cultura e la globalizzazione. Ciò sta causando molti danni perché questa gente non si abitua né a vivere secondo la propria cultura né come impone la globalizzazione. C'è anche moltissima povertà e mancanza di acqua. Stiamo lavorando molto per questo. Sento sempre più affetto per questa terra e per la sua gente, perché vivere vicino a loro è qualcosa che ti colpisce tanto. È stato necessario per noi, perché stabilirci nel paese ci dà la possibilità di supervisionare da vicino quello che stiamo facendo e quello che potremmo realizzare in futuro, lavorando anche con la nostra propria cultura. La gente qui a volte pensa che noi europei che veniamo abbiamo tutti molte più risorse economiche, ma non è così. L'Italia non è il paese che gli argentini pensano, che siamo gente con molto denaro; non è così. Noi siamo persone che hanno un cuore molto grande e che sacrificano anche la loro vita per lottare. Questo siamo.

Il grande cuore di FUNIMA è visibile da qualsiasi punto del pianeta. Insisto sul fatto che sono i frutti quelli che parlano meglio attraverso ognuno dei volontari che condividono con Giovanni Bongiovanni la gioia di servire il prossimo. Un servizio a favore della vita. Un granello di sabbia per costruire, e non di un assistenzialismo senza basi e senza prospettive. Perché l’assistenzialismo non è il migliore amico di questo tipo di rivoluzioni sociali. Ed è proprio Giovanni a spiegarcelo con chiarezza. Parole chiare che sicuramente ogni dubbio.
In materia di assistenza il nostro impegno è soprattutto in quei luoghi in cui vi è una grave situazione di malnutrizione. Ci focalizziamo sempre di più sui bambini che sugli adulti. Chiaramente la mamma, i genitori, tutta la comunità riceve alimenti, ma per noi i bambini non hanno alcuna responsabilità sulla loro situazione, quando ci sono casi di malnutrizione, di bambini che rischiano la vita come a Santa Victoria, dove ci sono dati di una mortalità infantile molto elevata, a queste comunità portiamo principalmente cibo e vestiti per i bambini. Sappiamo che questo non è sempre positivo, perché a volte la gente si abitua a ricevere e a non lavorare. Per me la cosa migliore è sempre mantenere un equilibrio. Allora in quei casi di malnutrizione grave, di bambini che possono morire, in posti dove non c'è lavoro, non c'è cibo, non c'è niente, perché a volte gli adulti non hanno nemmeno voglia di lavorare, noi interveniamo per aiutarli a sopravvivere, ma principalmente offriamo loro formazione e strumenti affinché possano lavorare. Questa è la cosa importante. Anche risolvere problemi come la mancanza di acqua. Se la gente non ha acqua perché non esiste un'infrastruttura che permetta loro di usufruirne, bisogna costruire quelle strutture, come pozzi e serbatoi per la raccolta di acqua; e poi dare loro lavoro, formarli, prepararli affinché possano farlo. Questa è la cosa più importante, l'educazione; insegnare alla gente a lavorare, migliorare la loro qualità di vita, per crescere.

"Aiutare". "Collaborare". "Essere solidale". Sicuramente sono queste le espressioni dei volontari di FUNIMA e dello stesso Giovanni negli incontri con imprenditori o con persone facoltose dell'Italia per ottenere fondi, o con i gruppi operanti nelle località e nelle città, o con le autorità per ottenere risorse finanziarie, supporto burocratico e permessi. Le risposte sono diverse, e non tutte sempre favorevoli specialmente quando si chiedono fondi per fare pozzi di acqua, opere in posti isolati o altre iniziative. Forse l'opposizione dell'impresa privata è troppo forte? Forse l'egoismo si è istituzionalizzato nell'anima degli uomini? Forse la sensibilità umana si è frantumata contro il muro di una civiltà splendente, ma falsa ed ipocrita? Sì, è così, l’egoismo domina il mondo e l'uomo ha perso il cuore o l'ha venduto in cambio di benessere, o potere. A volte ci sono imprenditori che vogliono fare qualcosa, non so se per alleviare la loro coscienza, può essere. E ci sono altri che apertamente non vogliono aiutare.
L'Italia si divide in due o in tre; l'Italia del nord, quella del centro, quella del sud…, in questa ultima la gente vuole aiutare di più ma hanno meno risorse. La nostra organizzazione è formata pincipalmente da persone che non hanno tante possibilità ma che vogliono fare molto; e la nostra richiesta di donazioni è rivolta principalmente a grandi imprese ed organizzazioni.

Ma l’egoismo non è caratteristica esclusiva di chi gode di buona salute e di chi vive nelle comodità più eccelse del capitalismo o della civiltà del ventunesimo secolo. L’egoismo affiora ugualmente tra i diseredati. E soprattutto l’orgoglio.
A volte vado ad aiutare persone che non vogliono ricevere l'aiuto, questo mi colpisce molto perché a volte potrebbero migliorare la propria vite e quella dei loro figli con poco, ma non vogliono farlo. C'è per esempio un posto, dove sto lavorando ora, dove a volte il comune porta acqua e l’unica cosa che bisogna fare è spostare un po' la cisterna affinché l'acqua scenda e si possa prendere e non lo vogliono fare. E lì ci sono bambini che soffrono perché non hanno acqua ed i genitori che non sollevano la cisterna per dargliela; e aspettano il comune che riempia la cisterna. E tutto questo l'attribuisco principalmente ad un problema culturale a cui accennavamo prima. Aspettano il comune, o l'ONG, o non so chi, a portare aiuto, quando in realtà loro, a poco anche facendo poco, potrebbero dare tanto alla comunità. A volte affronti un muro tanto alto che non è facile. Questo di cui sto parlando è solamente un caso, ce ne sono diversi. C'è gente che vuole fare, ed a volte la nostra organizzazione deve scegliere chi aiutare, chi non ha niente ma che non vuole fare qualcosa per migliorare, o chi forse ha un po' di più, acqua o un po' di lavoro, ma si meritano un po' di più perché vogliono migliorare. In alcune occasioni mi trovo di fronte a questo dilemma: scegliere chi dobbiamo aiutare. A volte è difficile trovare la risposta a questo dilemma.

Di fronte a un attivismo sociale ben definito, le istituzioni statali dei paesi latinoamericani che si trovano nel sentiero opposto del volontariato e delle opere sociali ed umanitarie, devono assumere obbligatoriamente le conseguenze della loro inefficacia. E sono le organizzazioni come FUNIMA che mettono il punto, in questo senso. E una delle voci autorizzate a dire la sua su questo spinoso argomento è Giovanni Bongiovanni.
Noi vogliamo far vedere ai governi che ci sono molte opere fatte male, che ci sono organizzazioni non governative, o istituzionali che non funzionano bene; in primo luogo, perché non hanno interesse, in secondo luogo, perché sono sempre vicino a quello che è il potere, al denaro; perché stanno investendo molte risorse dove c’è da ripulire dei fondi del governo stesso, allora la nostra organizzazione vuole andare dal politico, dalle istituzioni e dire loro: qui voi non state lavorando bene e noi vogliamo parlare di questo. Ma se voi un giorno volete lavorare bene potete lavorare con noi, ma vogliamo che le opere siano ben fatte. E sappiamo che c'è una parte del governo che si sta servendo la povertà per migliorare la propria posizione politica sfruttando la povertà della gente. Nei posti più poveri si vede che quella situazione dà la possibilità al governo di ripulire fondi e gli dà allo stesso tempo la possibilità di generare reddito delle multinazionali perché stanno lavorando con i poveri. Allora in posti come il Guatemala c’è per esempio gente che sta lavorando per la multinazionale ed il governo sta dando la terra alla multinazionale quasi senza che questa la paghi. Questo vogliamo mostrare al governo, che si sta lavorando e ricavando profitti dalla povertà della gente. E dirlo pubblicamente; alla stampa, alle persone che si avvicinano alla Fondazione; questa è la prima cosa che vogliamo fare con la politica.

Giovanni Bongiovanni non è una persona che rimane a metà strada. Le sue parole, seppure pronunciate con serenità e tono educato, suonano laceranti specialmente per il potere. È un giovane attivista molto maturo per i suoi anni, per il suo carisma molto particolare e l’equilibrio, perché ha nelle sue mani la guida di FUNIMA. Lo conosco sin da bambino e mi consta e so che la sua più importante caratteristica è la calma e l'armonia, e un grande valore inamovibile: la giustizia. Ma il responsabile di FUNIMA deve la propria posizione al sostegno dei suoi collaboratori, all’impegno assunto da ognuno di loro al momento di dire sì. Un sì denso di significato, perché tutti sanno che dopo bisogna remare tutti nella stessa direzione.
Ad Asuncion ho avuto l'opportunità di parlare con un gruppo di volontari che ritornava dall'Argentina. Ho potuto percepire che erano uniti dalla stessa sintonia. Inoltre la diversità delle loro rispettive storie di vita e delle circostanze che li hanno portati al volontariato, al fianco di Giovanni, non è stato un ostacolo alla loro integrazione o ai compiti da svolgere.
“Quello che voglio principalmente è che la nostra organizzazione sia un esempio per tutta la gente che si può fare qualcosa per migliorare il mondo, un esempio non solamente per i giovani ma anche per gli adulti, che vedano Funima e dicano a sé stessi: è possibile creare un'organizzazione per cambiare il mondo" ha detto Giovanni.
I volontari che lo accompagnano sono italiani. Annuiscono alle sue riflessioni che vengono dall’anima. Concordano con lui. Lo supportano. E lui supporta loro. Sono un braccio solo di una rivoluzione sociale e culturale (e di coscienza). Non ci sono livelli, ma sì un leader ed un obiettivo comune.
"Ho molti amici che cercano sempre il lavoro che dia loro lo stipendio più elevato, io voglio dare loro l'esempio di lavorare per qualcosa di utile per cambiare il mondo, non di cercare il lavoro che dia loro più denaro bensì il migliore. Il mio desiderio è che Funima International possa essere un esempio per la gente che si sta avvicinando e che vuole aiutare; e dall’altra parte affrontare i governi che sfruttano la povertà della gente" conclude Giovanni.

C'è intesa. Sono uniti. E questa è una delle maggiori ricchezze che ha FUNIMA International. Sin dalla sua nascita e ancora oggi in terre latinoamericane. Senza l'unione di uomini e donne poco si sarebbe potuto fare molto poco. E a questa unione lavora sempre Giovanni, perché è vitale per tutti, e per gli obiettivi, e per tale ragione bisogna coltivarla e preservarla.
Tiziana Casadio, Francesco Mazzacane, Annalisa Magnolfi, Luca Imperioli, Emanuele La Marca, Stefania Del Busso e Sonia De Marco hanno partecipato all'incontro. Sono solo una parte di FUNIMA perché in Italia ci sono altri volontari. Sonia De Marco, che ha già esperienza come volontaria, ricorda: "Bene, il mio primo viaggio fu nel 2015, è la quarta volta che vengo in Sud-America. Quel primo viaggio cambiò tutta la mia vita, il mio modo di pensare, di vivere. In quell'occasione rimasi in Paraguay tre mesi, e una settimana in Argentina. E quando sono ritornata in Italia ho voluto cambiare tutta la mia vita per aiutare di più; dedicare tutta la mia vita a Funima International. Perché il mio pensiero è che se ho molto o ho la fortuna nella mia vita di avere una famiglia, di avere amore, di avere uno stipendio, o di avere ricchezza, devo condividerlo. Ora sto viaggiando di più e quello che più mi colpisce di qui non è la povertà ma la mancanza di amore. Ai ragazzi che ho aiutato e che continuo ad aiutare, non manca da mangiare, a loro manca l’affetto, della famiglia, della società. C'è una società egoista, materialista che pensa alla ricchezza, alle apparenze, e non pensano ad amare, ad aiutare gli altri. È vero che i bambini hanno bisogno di cibo e di vestiti, ma quello che manca di più a loro è l'amore. Perché quando ti conoscono ti sorridono, ti abbracciano, ti chiamano zia, vogliono che tu stia con loro, perché dai loro amore".
Tiziana Casadio non ha l'esperienza di Sonia ma le sue parole esprimono piena convinzione per la decisione presa: "Nel mio caso è la prima volta che vengo in Argentina e Paraguay con FUNIMA. Sono molto contenta di avere conosciuto questa Associazione, perché ho desiderato sempre fare del volontariato, nel mondo, e ho contattato altre associazioni, ma l'impatto con Giovanni è stato così forte che mi ha fatto scegliere questa. Il carisma di Giovanni e quello che senti quando parli con una persona così, lo scambio, l'empatia".
Francesco Mazzacane ha risposto con fermezza andando direttamente al punto: "Sono felice di lavorare con FUNIMA, avrei dovuto farlo molto tempo prima, ma sono arrivato ora; mi dispiace perché ho già 55 anni, ma devo dire che Giovanni esprime quel DNA tipico del cognome Bongiovanni. È un DNA particolare che conosco e riconosco perfino in me, pieno di forza, di verità, di giustizia, di bellezza. È un torrente di amore che non finisce mai. Non c'è molto da dire, ma credo che bisogna fare molto, e io sarò con lui”.

FUNIMA International rivoluzionerà e cambierà il mondo? Non ho dubbi. Non ci sono più dubbi. Ci sono certezze. La certezza che FUNIMA gioca una corsa contro il tempo, perché la povertà e la solitudine di chi soffre aumentano giorno dopo giorno e perché l'umanità non ha imparato dalla sua storia. Perché ha perso la memoria.

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