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di Jean Georges Almendras
È possibile che un movimento di giovani come Our Voice possa unirsi ed abbracciare unito ad altri giovani la causa degli immigranti in un paese come Cile dove razzismo e xenofobia compiono stragi intellettuali e culturali nella società? È possibile?
La mattina di giovedì 29 agosto, le porte della Fondazione Epi Centro, in via Catedral nº 1053 a Santiago, capitale del Cile, si sono aperte per accogliere una ventina di ragazzi integranti del movimento Our Voice. Circa due ore di un costruttivo incontro che ha riservato ai giovani artisti un caldo benvenuto e ha permesso di definire i principali obiettivi in comune. Un incontro vissuto all’insegna dell’integrazione sociale che, sono certo, perdurerà nel tempo, nei microcosmi di ognuno dei presenti e nei macrocosmi di un paese non più sotto dittatura ma neanche in democrazia, cosi’ come ha espresso Álvaro Larraín, uno dei responsabili della Fondazione. Un’accoglienza senza formalità quella rivolta ai nostri giovani che ha fatto da premessa ad una intensa conversazione durante la quale sono emerse le molte coincidenze in comune. Coincidenze che divengono sempre più consistenti durante l’incontro, con un potenziale davvero indiscutibile, inedito e promettente da qualsiasi lato lo si guardi.
Seduti in circolo, gomito a gomito, tutti abbiamo avuto l'opportunità di parlare, ed il tempo è trascorso veloce. Seduti in circolo gomito a gomito, i sentimenti più reconditi di ognuno di noi sono affiorati. Alla luce pubblica. Espressi con sincerità. Con emozione. Dai giovani Our Voice e da ognuno dei membri della Fondazione.
Ognuno di noi è stato protagonista ed elemento fondamentale di un'attività che possiamo definire o qualificare (senza timore di sbagliare), emblematica e rappresentativa, di un evento che si proietterà nel tempo, dalla mano dei giovani di Our Voice e da chi li ha ascoltati attentamente. Con ammirazione e riconoscenza. Perché la stessa Fondazione ha sottolineato la giovane eta’ dei membri del Movimento. Ed in particolare della sua fondatrice Sonia Tabita Bongiovanni. "La vostra proposta si sposa perfettamente con la Fondazione, perché noi siamo autonomi e liberi come voi. E perché capite, come noi, che le marce e le mobilitazioni sono essenziali per dare visibilità alle lotte sociali" ha detto Álvaro Larraín, ingegnere di professione, e figura principale della Fondazione, che iniziò a fare i primi passi 19 anni fa, benché formalmente l’associazione é stata creata due anni fa.
"L'obiettivo della Fondazione Epi Centro è quello di lavorare per l'inclusione, l'integrazione, l'intercultura ed i diritti umani. Non possiamo discriminare nessuno per la sua razza o disabilità. Cerchiamo di fare integrare la comunità immigrante, la comunità indigena, la comunità cieca, la comunità nera e vogliamo un paese integrato, un paese umano. Dobbiamo dimenticarci dell'individualismo. Ciò che importa è che tutti stiano bene".
Sul Movimento Our Voice, Larraín ha affermato: "Questi giovani fanno un lavoro incredibile, incredibile davvero. Sensibilizzare la gente attraverso l'arte a tutti i problemi che affliggono la nostra società neoliberale ed assassina lo trovo meraviglioso. Ritengo che può arrivare ad ogni tipo di pubblico. Mi colpisce tanto la loro giovinezza. C'è un seme che si sta seminando soprattutto per il futuro".

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Indossando abiti della cultura del popolo mapuche, Mikal Neculqueo (Yna il Lonko Lawentuchefe), figlia della poetessa Lawentuchefe Lonko Adela Quiñileo della Comunità Tradizionale Quiñileo, ha parlato senza restrizioni delle lotte delle comunità mapuche in Cile e nella regione, sottolineando le violenze e le minacce di morte contro i dirigenti delle comunità. Lei stessa è stata oggetto di intimidazione. Violenze da parte degli uomini bianchi, violenze da parte delle forze di polizia. Violenze esercitate in modo sottile e in modo sfacciato. Mikal Neculqueo non ha nascosto niente "perché queste cose si devono sapere, devono essere pubbliche". Ed anche Mikal Neculqueo si è espresso su Our Voice: "Questi giovani rappresentano qualcosa di positivo. Rappresentano una necessità che deve moltiplicarsi urgentemente, perché unire le cause partendo dai giovani, da gente autonoma, da movimenti sociali, è importante. Magari possa ripetersi in altri luoghi, in altri paesi”.
All’incontro era presente anche Marcelino Collin, un simbolo della lotta per la giustizia all’interno della comunità mapuche cilena. Una lotta tenace che porta avanti affinché non rimanga impunita la morte di sua nuora: la giovane attivista mapuche Macarena Valdés. Fu trovata morta tre anni fa e le autorità dissero che si era trattato di suicidio. Ma recentemente è stato dimostrato che era stata uccisa.
"La Procura e lo Stato ci hanno occultato informazioni. Lo Stato è stato complice in questi tre anni. Quando abbiamo organizzato al Museo della Memoria una manifestazione per ricordare Macarena Valdés c’è stata una repressione. Ci hanno bombardato con il gas. Siamo coscienti che la nostra lotta è giusta. E lottiamo per la verità. Macarena fu uccisa e possiamo dimostrarlo. E possiamo dimostrare anche che la legge non è uguale per tutti. Non siamo tutti uguali davanti alla legge. Questo è un sistema che punta sugli investimenti stranieri prima di badare alla vita delle persone. La questione è: come cambiamo la società? Un aspetto interessante è quello della coscienza. Bisogna pensare al modello del paese in cui vogliamo vivere. Per noi mapuche è fondamentale che ci riconoscano come nazione mapuche”.
Successivamente hanno parlato altri emblematici membri della Fondazione: il giornalista colombiano David Arboledo, le attiviste Javiera del Campo, Jakeline Rodríguez e Paola Palacios.
Nei loro rispettivi interventi hanno affrontato le differenti forme di razzismo radicate nella società cilena. Forme di razzismo crudeli. Forme di razzismo che furono la genesi della Fondazione 19 anni fa, come spiegava il suo direttore e fondatore Álvaro Larraín. Forme di razzismo e di xenofobia fomentate dallo Stato. Modelli di discriminazione vedono nel colore della pelle un esclusivo motivo per l'aggressione fisica, l'aggressione verbale, l'esclusione lavorativa affinché l'uomo bianco mantenga il suo primato ed il potere, con la più detestabile e ripudiabile impunità. Un'esclusione che spazza via spietatamente emigranti peruviani, venezuelani, haitiani, colombiani. Una discriminazione verso uomini, donne, bambini. Discriminazioni e persecuzioni in un secolo di democrazie e ostentazione di civiltà, di qualità di vita, di comodità. Una discriminazione perversa legata a modelli economici neoliberali. Legata agli interessi delle ricche famiglie che hanno nelle mani i destini del Cile. Di un Cile "democratico". Democratico?
La conversazione e’ proseguita con i giovani di Our Voice che hanno parlato delle realtà europee, degli emigranti che annegano nelle acque del Mediterraneo, dei politici che voltano lo sguardo mentre la sofferenza dei profughi si moltiplica e si espande; dei governanti che chiudono porte e che dispongono la reclusione a chi solidarizza con chi è più esposto ad essere divorato dal mare.
Hanno parlato delle ingiustizie e ringraziato per avere aperto loro le porte ed i cuori, per poter intraprendere insieme quelle lotte. Lotte che rompono i confini, che oltrepassano le frontiere per cancellare dal pianeta le ingiustizie affinché l'essere umano possa cambiare, ma nell'anima.
Hanno parlato con autorità morale, perché loro sono a conoscenza di tutti questi drammi. E perché hanno valori. Hanno parlato con autorità morale, perché ce l'hanno e la esercitano, nonostante la loro giovinezza. E la esercitano in ogni rappresentazione artistica. In ogni prova. In ogni istante di elaborazione di un testo da portare in scena. Hanno parlato con autorità morale perché soffrono ogni volta che ascoltano vissuti di dolore, di emarginazione e discriminazione. Hanno parlato con autorità morale perché sensibili fino alle lacrime quando si sentono parte di queste lotte, gomito a gomito con altri combattenti sociali. Un pianto di rabbia. Un pianto di denuncia. Un pianto che li fortifica per una rivoluzione culturale pacifica. La rivoluzione di creare coscienza tra i giovani e dimostrare agli adulti che hanno sbagliato e che adesso quelle lotte sono nelle loro mani. E che le voci dei giovani non sono assenti. Voci per gridare verità. Per gridare contro le ingiustizie.
Hanno parlato e hanno sposato una causa: la causa degli immigrati. Gli immigrati del mondo che sono calpestati, assoggettati e violentati, sotto lo sguardo di tutti.
Sotto lo sguardo di tutti coloro che coltivano gli egoismi e gli individualismi, ma che si dicono civilizzati, anche se in realtà sono complici.

tratto da Ourvoice.it

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