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Francesca Fofi


Un viaggio con una sola meta: L'amore.

Un viaggio che conduce a sé stessi, all'umanità più profonda che porta più vicini all'essenza della vita e alla scoperta del mondo, in cui si incontrano la bellezza dei paesaggi, la sofferenza e le difficoltà di chi vi vive.
Un viaggio in compagnia di emozioni, speranze e solidarietà.
Un unico bagaglio: Il cuore; che invita alla condivisione del proprio amore. Quell'amore da cercare e cogliere negli occhi di un uomo, di una donna o di un bambino, perdendosi tra le loro lacrime e ritrovandosi nei loro sorrisi.
Ogni passo è l'impronta che lasciamo nel ricordo di questa terra.

Raccontaci qualcosa di te… Come ti chiami e dove vivi?
Sono Francesca Fofi, ho 34 anni e vivo a Gubbio dove mi occupo, insieme ad altri volontari, di una serie di attività sociali all'interno dell'Associazione “Dal Cielo alla Terra – Gubbio”.
Sono impiegata in una compagnia di consulenza di Jesi e mi occupo di comunicazione e progetti comunitari.
Sono una persona pratica, per cui cerco di trovare le soluzioni ai problemi. Amo viaggiare e sono appassionata delle varie culture presenti nel mondo.

Come sei entrata in contatto con il mondo di Funima e perché hai poi scelto di esserne volontaria?
Facendo parte dell'Associazione culturale Dal Cielo alla Terra-Gubbio, eravamo già in contatto con Giorgio Bongiovanni, fondatore dell'associazione. L'azione pratica di aiuto verso l'altro è strettamente legata all'etica che ciascuna persona decide di applicare alla propria vita, a seconda del senso che vuol edeterminare per la propria esistenza. Per questo motivo, una volta venuti a conoscenza delle attività di Funima, il passo è stato breve.

Qual è stato il motivo che ha suscitato in te il desiderio di intraprendere un viaggio solidale?
Era un sogno nel cassetto che non avevo mai avuto la forza di realizzare.
Una volta a contatto con la realtà di Funima, ho appreso l'importanza di una struttura organizzativa che direziona l’intero ricavato ai progetti, escludendo i costi gestionali. Non pensavo di poter avere il privilegio di fare un viaggio solidale.
Fortunatamente mi sbagliavo!
Quando Giovanni, Presidente dell'associazione, ci ha proposto di fare un viaggio per andare a visitare i progetti nelle Ande Argentine, non ci ho dovuto pensare molto: con la mente mi sono catapultata subito lì.
Al di là della curiosità e della scoperta di un territorio per me inesplorato, sono stata mossa dalla volontà di vedere con i miei occhi cosa stavamo aiutando a realizzare, e poter stringere la mano ai nostri collaboratori d'oltreoceano.

Quali sono state le attività a cui hai partecipato con i coordinatori locali?
Abbiamo preso visione e aiutato a scaricare delle tubazioni per uno dei due progetti idrici,
precisamente “Mama Cocha” (nome che significa: “La madre delle acque”), che permetterà alla popolazione Pacha Inti di avere finalmente acqua potabile direttamente nelle proprie abitazioni.
Abbiamo incontrato alcuni rappresentanti di questa comunità e raccolto la loro testimonianza. In seguito, aiutato i volontari locali nella realizzazione delle loro attività settimanali, che consistono nella preparazione e nella consegna di pacchi con pane, acqua, cibo non deperibile, vestiti, scarpe e giochi per i bambini dirette alle comunità che vivono nelle montagne, all'interno della Cordilgiera: un territorio impervio e difficile, arido e battuto costantemente dal vento, dove le popolazioni indios vivono da generazioni, nel rispetto della propria cultura ma anche in condizioni di disagio e povertà.
Siamo poi andati nelle scuole, altro punto di consegna di pane e beni alimentari dei volontari locali, dove ci hanno accolto dei bambini vivacissimi e sorprendenti.
Infine siamo stati a El Palomar, località a 3.800 m di quota, dove, oltre ad un secondo progetto idrico, si sta realizzando un centro sanitario per la popolazione locale, distante più di 3 ore dal primo ospedale. Tale centro comprenderà un punto di primo soccorso, un ambulatorio ginecologico e un punto odontoiatrico per poter prestare il primo soccorso ai locali.

Cosa significa integrarsi in un contesto sociale e umano così diverso dal nostro, nell'incontrare quelle persone a cui "dovremmo dare", ma da cui riceviamo più di quanto diamo?
Questa è stata una delle cose che mi ha sicuramente colpito di più, e che ho anche riportato ai volontari che ci hanno ospitato: mi sono sentita in debito per aver portato il mio piccolo aiuto e averricevuto in cambio cento volte tanto. Sembra una frase da baci Perugina, ma è esattamente così. Si prova un certo sgomento nel realizzare quanto poco sappiamo della vita e quanti innumerevoli modi ci sono per viverla bene, in maniera piena, ricca di significato. Ciò che per noi sembra straordinario per altri è quotidianità, applicata con semplicità, costanza e dedizione.
Questa prospettiva atterrisce ed esalta al tempo stesso, perché realizziamo la nostra infantilità nella conoscenza della vita, pur essendo adulti fatti e finiti, e, allo stesso tempo, comprendiamo che abbiamo infinite possibilità davanti a noi, dobbiamo solo scegliere e perseguire un obiettivo
positivo per la collettività (e per noi stessi).

C' è un momento o ricordo che ti ha segnato profondamente?
Il nostro viaggio è stato costellato da tanti momenti speciali e, soprattutto, da persone con storie straordinarie, come Delia e Miguel, di cui ha parlato il nostro amico e volontario Gabriele.
Un momento speciale è stato l'incontro con Jesus, un ragazzo di 27 anni gravemente disabile al quale la Fondazione ha costruito una casetta in cui abitare, con un letto, una bella finestra e un bagno, dopo essere stato 26 anni nella casetta adiacente con la madre, senza un giaciglio né luce, in quello che per noi potrebbe essere un ripostiglio buio, con le pareti annerite dal fumo e con un'unica finestrella, un pertugio, con i vetri ingialliti.
Vederlo sorridere sotto le dita delicate di Ramon, nostro coordinatore locale, il quale scherzava con lui, dicendogli che “soffriva il solletico” è stato un momento difficile da dimenticare.

Da un viaggio si ritorna a casa con qualcosa che prima, in noi, mancava.. Cosa si apprende da un'esperienza che consente di toccare con mano quelle che sono le altre realtà di questo mondo?
Si cambia prospettiva e si diventa più consapevoli del mondo. Toccare con mano certe realtà ti dà una percezione diversa anche del modo in cui viviamo noi, alle spalle dei molti che non hanno nulla. E questa cosa che tutti noi sappiamo, facciamo fatica a comprenderla, a farla nostra, a far sì che sia una cosa che realmente ci riguardi.
Esperienze di questo tipo servono a rendere organica in noi la reale comprensione di ciò che accade nel mondo e di quello che vivono molti esseri umani, con cui condividiamo lo stesso globo.

Ogni viaggio solidale é un addio agli stereotipi che ci creiamo, e fa riscoprire l'Amore.
L'Amore per il prossimo..
Il viaggio è sempre un'opportunità per mettersi in discussione e per apprendere. Solitamente, quando viaggiamo, ci predisponiamo ad accogliere un nuovo modo di fare le cose, non fosse altro che per le contingenze in cui ci capita di trovarci. Essere in un luogo lontano da casa ci rende più esposti, in quanto, almeno per la prima volta in cui vi andiamo, non conosciamo nulla, non sappiamo cosa è meglio fare e perciò ci affidiamo agli altri.
Ed è proprio questo stato emotivo che aumenta l'empatia verso il prossimo, e ci fa scoprire che il bene verso gli altri è, prima di tutto, un bene per noi stessi.
Più le nostre azioni sono disinteressate, più il ritorno che abbiamo è grande. Insomma, fare del bene fastare bene!

gli scritti del presidente

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