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Sveglia alle 6.00 del mattino. Carichiamo il furgone e due fuoristrada pick-up con le borse di alimenti non deperibili che nei giorni scorsi avevamo preparato, grandi sacchi con i vestiti divisi per età e sesso, scarpe divise per numero, bambini, adulti, uomini e donne, inoltre, i giocattoli da regalare ai bambini. Una veloce colazione e partiamo immergendoci nelle montagne.

Dopo pochi minuti siamo già nelle Ande selvagge, il primo percorso è stretto, poi la strada inizia ad aprirsi e intorno a noi il nulla, ma il nulla più presente e maestoso che si possa percepire.
Montagne sovrastano gli altopiani in cui viaggiamo, su una strada di terra polverosa e pietre, a tratti più scorrevole, a tratti quasi impraticabile. La terra ha tutte le gradazioni del color sabbia, a tratti giallo, a tratti marrone e rosso. Osserviamo la meraviglia di una giornata splendente e un sole accecante.
C'è una grandissima presenza di minerali che ci regalano mille sfumature. Ci fermiamo per fotografare gli animali che incontriamo, è la volta dei lama. Bianchi, marroni, neri e beige, grandissimi che sembrano cavalli, il piccolo Maurice, il ragazzo di 12 anni, figlio di Sonia la nostra volontaria, in queste zone si è arricchito di uno spettacolo che non aveva mai visto e che per tutta la sua vita sognava di vedere e di vivere. Un piccolo grande avventuriero che ama la sopravvivenza, e il personaggio Bear Grylls che parla delle sue avventure e come sopravvivere alle condizioni di vita estrema. È un appassionato di questo tema e con sé porta anche un kit di sopravvivenza. Maurice adora gli animali e conosce tutte le specie del mondo anche i nomi più impensabili. Si avvicina ai lama e questi si lasciano avvicinare, arriviamo anche noi, non sono spaventati ma prudenti e ci osservano, scattiamo fotografie e riprendiamo il viaggio. Vivono allo stato brado qui tutti gli animali e questo trasmette una sensazione di libertà anche a noi, stupenda, libertà di essere in un luogo ancora non rovinato dalla nostra società, un luogo dove la natura è libera di esprimersi e animali e uomini vivono tutti insieme, sopravvivendo, rispettandosi.

La strada è lunga prima di vedere le prime casette, che solo un'aquila andina come Ramon può notare. Le avvista lontanissime e sebbene abbiano lo stesso colore delle montagne, costruite a ridosso delle stesse, fatte di terra e paglia, difficilissime da individuare, lui le vede e ci si fionda con dietro tutti i mezzi che portano i rifornimenti. Io mi trovo davanti con lui, in questo furgone e al fianco la moglie Sandra. Filmo con il mio cellulare molta documentazione nuova che voglio mostrare al ritorno in Italia alla nostra rete di sostenitori. Sempre in questo stile live molto semplice e diretto documento ciò che ci diciamo.
Dopo un'ora di viaggio dentro le Ande Selvagge arriviamo dalla prima famiglia, scendiamo e troviamo un vecchio anziano ad aspettarci. È caldo ma c'è un po’ di vento, indossiamo maglie in pile e i gilet blu con il logo di FUNIMA International.
Il vecchio anziano parla molto stretto con Ramon, riesco a capirlo perché ho avuto altre occasioni nei viaggi precedenti di parlare con loro. Quando di lì a poco altri autoctoni parleranno tra di loro in lingua ancora più stretta, sarà per me impossibile.
L'anziano ci bacia tutti sulla guancia, come si usa fare qui, anche con chi conosci per la prima volta. Ha bocca e denti totalmente rovinati, dei tagli in viso e una mano sanguinante. Neanche ci fa caso e parla con noi tranquillamente mentre tiene la mano un po’ alzata. È simpatico, ci invita a pranzo a me e Gabriele mentre insieme a Claudia ci appartiamo per parlare con lui di come sta e di cosa ha bisogno. Ci racconta che è li da moltissimi anni e prima viveva in un altro luogo poco distante. Ha sempre vissuto in questa terra insieme a sua moglie. Osserviamo la sua casa e ci spiega che sta finendo il tetto della cucina. Mattoni di terra e paglia, sterco di animali e il legno dei cactus per fare le porte e il tetto. Realizza dei piccoli utensili con questo legno, ciotole e altro. Sua moglie anche lei molto anziana si avvicina a piccoli passi, un bastone in mano, è quasi cieca e dice: “...questa vista non mi aiuta per niente”. Parliamo e scattiamo insieme delle foto, poi tiriamo giù dai mezzi alcuni vestiti, scarpe, acqua, e cibo.
Ripartiamo dopo poco perché abbiamo molto tragitto ancora e non possiamo tardare, abbiamo poco tempo per parlare con gli autoctoni e per consegnare i giocattoli ai bambini, sempre molto affettuosi, a cui promettiamo di tornare presto.
L'affetto che si scambiano queste persone con Ramon è incredibile, fratellanza e riconoscenza si respira ad ogni abbraccio che lui stringe con grandi e piccoli. Li prende in giro tutti, scherzando, li conosce alla perfezione come fossero la sua famiglia. Con i ragazzini gioca, i più piccoli li abbraccia e li accarezza per dare loro il massimo dell'affetto e del conforto. Con gli adulti e gli anziani Ramon si apparta per chiedere realmente come va e non farsi sentire dai piccolini, sono attenzioni che ha dovuto trasmettere gli adulti. Si affidano a lui anche per i loro problemi fisici, è un curandero e tutti sanno delle sanazioni che svolge.
Raggiungiamo altre famiglie, alcune hanno piccole capre che allevano, i più fortunati, e qualche pollo. La terra che coltivano è talmente arida che è difficile accorgersi che si tratta un campo coltivato se non fosse, in alcuni casi, recintato. La legna accatastata fuori, cespugli e cactus; serve per scaldarsi con un fuocherello che viene messo al centro della stanza di notte. L'interno è fatto di terra non c'è pavimentazione e si dorme attorno al fuoco, a volte su materassi a volte sulle pelli degli animali. Coltivano piante di coca e masticano le loro foglie creando un grande bolo di erba al lato della bocca. Queste foglie a loro non servono per combattere la Puna come per noi, all'altitudine sono abituati, ma blocca i morsi della fame e dà energia per sopravvivere. Gli adulti soprattutto, ne fanno un gran consumo. Erba tra i denti e carie sono molto evidenti. L'igiene dentale è scarsissima. Come tutta l'igiene personale del resto per la mancanza di acqua. Incontriamo famiglie con diversi bambini e i primi segni che vediamo sono quelli del volto, rosso per il freddo e il caldo secco che il vento rovina, tagli in faccia e alle mani. La condizione negli ultimi anni è migliorata moltissimo su questo aspetto, le creme che la fondazione consegna loro sono di grande aiuto.

Saliamo e scendiamo dai mezzi molte volte durante tutta la mattinata, ogni volta ci sono bambini che arrivano da ogni lato. Alcuni sono molto malandati, con il viso sofferente, le scarpe bucate e i vestiti sporchi. Li vestiamo, mettiamo loro scarpette nuove e li abbracciamo, giochiamo un po’ con loro che ci guardano come venissimo da un altro pianeta. Noi europei siamo molto diversi fisicamente, più alti, chiari di carnagione e con la barba. Abbiamo vestiti nuovi, parliamo una lingua diversa e... se non fosse perché conoscono da anni il lavoro della Fundación non capirebbero il perché siamo li ad aiutarli. Ramon ci spiega che i primi anni è stato molto difficile avere la loro fiducia, sono un popolo molto sospettoso per cultura con gli sconosciuti. A buona ragione, perché ancora oggi i politici vengono qui a consegnare da mangiare quando serve per avere il voto politico e appendere il loro manifesto in mezzo al nulla. Questa gente quando serve alla politica conta e quando non serve a questo scopo no. Ci accolgono come fratelli invece, mentre ci osservano sorridendoci. Ci salutano con un abbraccio, una stretta di mano e un bacio, che qui in Argentina si dà al verso contrario rispetto all'Italia e spesso capita quasi di baciarsi.
Siamo saliti molto di quota e la presenza della Puna è sempre costante, a volte deceleriamo per la stanchezza, poi riprendiamo e mastichiamo foglie di coca al bisogno.
Scattiamo fotografie per documentare questa realtà cosi difficile, vogliamo rendere partecipi tutti quanti al nostro ritorno in Italia. A loro non dà fastidio, sono affascinati dalla tecnologia, adulti e soprattutto bambini che guardano i cellulari e le macchine fotografiche con stupore e attrazione.
Si rivedono allo specchio nei nostri selfie e questo li attrae molto. Inoltre la riconoscenza è grande da parte degli adulti che non fanno fatica neanche a metterti nelle braccia i loro figli per essere vestiti o per giocare con loro. Ci sono anche adolescenti qui perché non tutti i ragazzi scappano per andare in città, alcuni restano, un buon 50%. Anche loro salutiamo, chiacchieriamo e consegniamo vestiti e cibo. Leggo nei loro occhi un po’ di solitudine o la voglia di vita e di qualcosa che conoscono poco e che vorrebbero, un mito, un sogno di un luogo diverso più facile da vivere e con più interazioni sociali. Per questo l'obiettivo principale dice Ramon è quello di migliorare la qualità della vita di queste persone realizzare opere con l'obiettivo finale di creare una piccola economia, sviluppo.
“Se queste terre avessero acqua sarebbero rigogliose di vita” questa la frase di Ramon che osserva il paesaggio mentre ci fermiamo a mangiare al centro di un altopiano immenso e tutto intorno le montagne.

Sandra e le ragazze ieri avevano preparato il cibo per questa giornata, panini con la cotoletta e frutta. Ci diamo tutti quanti da fare perché non vogliamo stare a guardare. Gli uomini, io, Gabriele, Riccardo e Luigi, coordinati da Ramon e Miguel scarichiamo i borsoni, le donne Sonia, Claudia, Sara e Francesca distribuiscono i vestiti, il piccolo Maurice ci aiuta a consegnare e ogni tanto si allontana per osservare il paesaggio, le case e gli animali.
Arriva una delle ultime tappe del nostro viaggio ci fermeremo da una famiglia tra le più fortunate perché vivono vicino ad un lago naturale, nel lago ci sono vari uccelli ed incredibili fenicotteri rosa. Maurice ci cadrà dentro mentre si avventura all'avanscoperta in una pianura di fango. Grandi risate... e siccome vestiti e scarpe non mancano rivestiamo anche lui.

Incontriamo molte ragazze giovani con bambini, alcune incinte e chiediamo a Sandra come riescono a partorire senza nessuna assistenza, scarsissima igiene e assenza di strumentazione. Ovviamente ci risponde “come si faceva un tempo, prima della tecnologia”. Il centro sanitario più vicino è a moltissimi chilometri da qui. Da qualche anno in pochissimi possiedono una moto o una macchina, che mettono al servizio per le emergenze. Si partorisce in casa con la donna più anziana della famiglia.

Alcuni bambini hanno problematiche più serie, alcuni di loro con dei ritardi di crescita, una ragazza con un braccio storpio, altri incidentati. Qui se ti accade qualcosa è a rischio la tua vita perché se non puoi lavorare né camminare non sopravvivi.

Il caldo all'ora di pranzo è molto forte, siamo tutti a maniche corte e con la nostra divisa, il gilet. Pomeriggio ci aspetta la visita ad altre famiglie. Esprimo l'emozione che sento agli altri ragazzi quando nel volto di ogni bambino rivedo quello di mia figlia. Mentre assisto ognuno di loro, porto loro le scarpette e spolvero i loro piedi prima di indossare le scarpe, penso ad Amira. Come fossero i suoi piedi, come fosse il suo volto quello che si gira di scatto con gli occhi chiusi dopo che il vento con violenza ci accieca gettando terra e polvere nei nostri occhi. Sbattono le sopracciglia coprendosi come possono e poi li riaprono. Come fosse la sua testolina quella che accarezzo, come fosse il suo corpo che arriva tremante dal freddo, la sua pelle quella rovinata. Sorridiamo sempre noi perché il sorriso è la migliore risposta, anche quando le cose non vanno. Ce lo insegnano loro. Gioia e felicità vogliamo trasmettere e quindi sorridiamo sempre e così si va avanti in questo clima di amici che si rivedono dopo tanto tempo.
Torniamo a casa con la testa nei ricordi appena vissuti, le immagini, il corpo scottato dal sole ed infreddolito per la temperatura che sta scendendo per la notte.
A casa, tisana e qualche biscotto prima di riposare. Domani è domenica e la dedichiamo al riposo. Lunedì ci aspetta un'altra giornata intensa.

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