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sanpatrignano

10 dicembre 2016 - San Patrignano, comunità terapeutica di recupero per tossicodipendenti in Italia. Fu fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli, un grande uomo ispirato a cui venne affidata con una missione talmente grande da sembrare irrealizzabile, ai limiti dell'impossibile, ma ce l'ha fatta. 

Ho avuto il privilegio di poter vivere questa esperienza così importante per me e per gli altri ragazzi con cui abbiamo condiviso questo viaggio. Avevamo tanto sentito parlare di San Patrignano, sapevamo di quanto fosse grande il lavoro che veniva svolto al suo interno e di quanto fosse affine a quello che viviamo noi stessi nelle nostre Arche.
Così con Giovanni Bongiovanni alla guida ed un furgoncino 9 posti siamo partiti per andare a conoscere questa realtà. Partiamo... Giovanni, Io, Lorenzo, Ivano, Sofia, Sonia Tabita Bongiovanni, Rita, Noemi e Asia, un gruppo composto di soli giovani e giovanissimi. Durante il viaggio Giovanni e Lorenzo ci introducono il luogo che stavamo andando a visitare, la sua storia e cosa è diventato.
Già dal racconto iniziale rimaniamo affascinati da quanto lavoro ci fosse dietro, da quanto immenso fosse... ma anche fantasticando il più possibile con la mente, non potevamo immaginare quello che ci avrebbe aspettato.
Utilizzavamo il cellulare come navigatore per arrivare a destinazione, ma ad un certo punto non è più servito, da lontano iniziamo a vedere una struttura talmente enorme da non poter essere confusa, eravamo arrivati.
Ci mettiamo i giacconi addosso, prendiamo i nostri zaini e scendiamo.
Ad accoglierci troviamo Luigi, braccio destro di Muccioli (fondatore di San Patrignano) ed attuale coordinatore della struttura. Ci presentiamo e subito avvertiamo in questa persona un amore sproporzionato ed uno spirito del servizio fuori dal comune.
Così comincio a guardarmi attorno e subito noto i volti di alcuni ragazzi, che facevano parte della comunità, alcuni molto toccati dalla droga, altri meno, ma in tutti noto una forte serietà e voglia di cambiamento. Finite le presentazioni, iniziamo il nostro viaggio all'interno di questo “mondo”, perché si potrebbe davvero definire un pianeta differente da quello che conosciamo, dove la società malata che ci opprime, non può penetrare.
Tutti notiamo l'enormità di ogni cosa, mentre camminiamo vediamo edifici di grandi dimensioni, attrezzature professionali, strade, campi sportivi, aziende e chi più ne ha più ne metta, in poche parole una vera e propria città in miniatura.
Presi da ogni cosa, cominciamo a tempestare Luigi di domande di tutti i generi. Lui ci spiega che all'interno di San Patrignano operano e vivono un totale di 1600 persone, tra ragazzi, educatori e collaboratori esterni.
La prima attività che Luigi ci porta a visitare è la Tipografia. Io e Giovanni, conoscendo abbastanza bene il settore, rimaniamo immediatamente stupiti dall'ordine e la pulizia senza eguali. Essendo un luogo dove si lavora con inchiostri di tutti i tipi e non solo, è quasi impossibile mantenere quella pulizia...
Appena entrati ci accoglie un ragazzo, Gennaro, quest'ultimo sarà una figura fondamentale del nostro viaggio.
Con un entusiasmo contagioso inizia ad illustrarci il lavoro che svolgono all'interno, dai macchinari, ai ruoli che ognuno ricopre e, parlando, scopriamo di avere diversi interessi in comune come il lavoro che faccio, il teatro e la danza, ma non solo... In lui scopriamo una sensibilità ed un senso del dovere che ci sorprendono. Un ragazzo di soli 24 anni che ha deciso di intraprendere questo cammino quando ne aveva solo 20, ha fatto crescere in lui forti i valori in cui credo: Amore, Fratellanza e Giustizia e più parliamo e più veniamo attratti dalla luce folgorante di Gennaro. Ci fa continuare il percorso, presentandoci altri ragazzi che lavorano insieme e in un altro di questi riconosciamo la stessa luce e gli stessi valori che avevamo riscontrato in Gennaro. Eravamo felici perché ci sentivamo liberi di parlare di qualunque cosa con loro perché sentivamo che erano come noi.
Poco dopo Gennaro, finito il giro della tipografia, deve lasciarci ma rimaniamo che ci saremmo visti poco dopo a pranzo e ripartiamo con il nostro tour sempre capitanato da Luigi. Ci fa vedere moltissime cose, come la cucina dove producono il loro pane, con il quale si nutrono ogni giorno, il palazzetto dello sport dove si cimentano in attività sportive e teatrali, le loro produzioni vinicole che vendono all’esterno, le scuole di tutti i tipi, dall' asilo alle superiori e, tramite un piano di studi che gli studenti possono seguire online, anche conseguire la Laurea.
Abbiamo visto bambini giocare sereni nei campi da pallacanestro e calcetto, bambini che vivono lì dentro… Ci fermiamo a parlare con Luigi del creatore di tutto questo, Vincenzo Muccioli. Ci spiega che non era un uomo comune, lui ha cominciato tutto questo non solo per senso del dovere, ma perché è stato ispirato… Ha ricevuto una missione e l’ha portata avanti fino al giorno della sua morte. Luigi inoltre ci racconta qualcosa di sconvolgente che io non conoscevo e non potevo immaginare.
Arrivata l’ora di pranzo ci dirigiamo verso la “mensa”, rimaniamo estasiati dall’imponenza di quella struttura, che istintivamente abbiamo cercato di paragonare a quella della nostra associazione. La sala da pranzo riusciva ad accogliere 1300 persone, quindi non proprio tutti, i rimanenti tornavano a casa o andavano a mangiare altrove in base alle esigenze.
Ai tavoli servivano gli stessi ragazzi, che fino a qualche minuto prima, stavano svolgendo altre attività. Luigi ci spiega che i ragazzi, a turno, si alternano i ruoli della cucina, del servire, ecc… indifferentemente dal ruolo che il ragazzo ricopre all’interno della struttura, da chi lavora i campi a chi occupa un posto di rilevanza, quando è ora di rimboccarsi le maniche, lasciano perdere ciò che stanno facendo e si danno da fare.
Come promesso, Gennaro arriva, entusiasta di stare nuovamente insieme a noi, si siede alla mia sinistra e di fronte a Giovanni mentre alla sua destra trova Ivano. Fin da subito gli facciamo molte domande, ci racconta che è stato un eroinomane ed aveva una ragazza con la quale, insieme, hanno deciso di intraprendere questo percorso, perché avevano capito che stavano letteralmente “buttando via la loro vita”.
Dopo pochi mesi all’interno del centro, hanno deciso di rompere questa relazione affettiva a causa del fatto che si sono resi conto che non c’era sentimento fra loro due, ma solo la comune voglia di “farsi”. Così con l’aiuto fondamentale di Giovanni, iniziamo a parlargli della nostra realtà e da chi è stata ispirtata. Gennaro ci guarda con sguardo fisso e molta attenzione, ascolta tutta la storia e rimane così colpito, da chiedere a Luigi il permesso di venirci a trovare.
Mentre continuavamo a parlare, nell’immensa sala da pranzo, improvvisamente si ode un triplice battito di mani...
1300 persone, completamente in silenzio, si alzano in piedi, noi rimaniamo un po' scioccati e facciamo lo stesso, dopo pochi secondi, si fa il segno della croce e ci si risiede, tutto torna come prima, si continua a parlare, scherzare. Subito dopo Gennaro ci spiega che, in quei momenti di silenzio, ognuno dei ragazzi fa una riflessione con se stesso, un piccolo momento di raccoglimento, come una comunione.
I ragazzi che servono ai tavoli, svolgono il loro lavoro con una rigidità incredibile, si serve prima da un lato del tavolo, poi dall’altro chiedendo ad ognuno dei presenti che porzione si vuole del cibo che c’è a disposizione. Sempre Gennaro ci avverte che possiamo mangiare quanto vogliamo ma l’importante è che non si lasci nulla nel piatto, per una questione di rispetto.
Finito il pranzo ci salutiamo definitivamente con Gennaro, questo ragazzo che tanto ci ha colpito e ci lasciamo con la promessa di vederci presto. Dopo il pranzo continuiamo il giro, e incontriamo ragazzi di ogni tipo e provenienti da tutte le parti del mondo. Abbiamo occasione di visitare l'area con il bestiame, i cavalli tra i quali era presente il campione mondiale di salto ostacoli, vediamo un bellissimo campo da calcio che Luigi ci dice che gli è stato gentilmente donato dalla squadra di calcio della Lazio.
Arriviamo alla fine del nostro viaggio, passando per il “villaggio” così lo chiamano, dove ci sono le case in cui vivono i ragazzi, piccole ed umili casette di legno ma allo stesso tempo molto calde ed accoglienti. E così tornati al punto di partenza, ci salutiamo con Luigi, ringraziandolo per il tempo trascorso con noi e per aver lasciato in noi qualcosa che non ha prezzo, qualcosa che ci rimarrà a vita. Uscendo dal centro e guardandolo da fuori, dentro la mia testa inizio a pensare a tutto ciò che abbiamo visto e vissuto. Quando ripenso a tutti quei ragazzi che sono lì dentro, che hanno la fortuna di essere lì, mi viene in mente quanti ancora ce ne sono fuori, quanti stanno buttando via la loro esistenza.
Vengo colto da un momento di tristezza, ma con la consapevolezza nel cuore che un giorno tutto questo male dovrà avere fine, mi faccio forza e torniamo a casa con un bagaglio di esperienze tutto nuovo e una nuova forza per andare avanti; non possiamo salvare tutti ma se ci fosse anche solo la possibilità di salvarne uno su mille, per quella singola persona dobbiamo dare tutti noi stessi.
Riporto le parole del grande Giovanni Falcone che, anche se pronunciate in circostanze differenti, racchiudono comunque il messaggio di ciò che è stato fatto da Muccioli a San Patrignano:
Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
 
di Stefano Centofante
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